Barack Obama e io

Il Presidente (uscente) degli Stati Uniti firma un post su Pulse. Ben scritto, per inciso, e con consistenti tracce di ottimo storytelling.

Racconta come le sue primissime esperienze di lavoro, d’estate, siano state fondamentali. E perché è importante offrire opportunità di lavoro agli studenti, soprattutto ai giovanissimi che sono ai margini o usciti dal sistema scolastico.

Io gli ho chiesto di candidarsi per il nostro MIUR, visto che tra qualche tempo dovrà ricollocarsi professionalmente: credo che potrebbe esserci utile.

[A parte questo… Barack Obama firma un blog. Capiamoci: Barack Obama diventa blogger. Qualcuno ha il coraggio di confrontare la qualità della comunicazione politica americana con quella della politica nostrana?]

Barack and I

C’era una volta

Credo fosse il periodo tra la maturità e il primo anno di università. Mi sentivo un po’ persa, come se fossi alla vigilia di qualcosa di importante, che però non riuscivo a focalizzare. Ero piuttosto ansiosa. E allora scrivevo, scrivevo, scrivevo.

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un plico di fogli un po’ ingialliti, che ho conservato gelosamente da allora: mi hanno seguito perfino in due traslochi. Risalgono a quel periodo. E avrebbero dovuto essere nientepopodimeno che la mia autobiografia: “Dove si parla di me – ovvero: Tanto per capirmi”.

In pratica, scrivevo per un pubblico che in parte mi intimoriva, ma che – ne ero certa – avrebbe saputo perdonarmi qualsiasi cosa: me stessa.

Siccome non ho mai avuto una particolare attitudine per le forme narrative lunghe, avevo pensato bene di farne un’opera mista: racconti brevi, inframmezzati da autoritratti in versi (alcuni sono già stati pubblicati in questo blog).

Per fortuna mia e soprattutto degli ipotetici lettori, la mia vita non era né così lunga né così larga da sostenere un simile progetto narrativo. La vena creativa si esaurì molto in fretta (in effetti era un capillare, piuttosto che una vena), lasciando dietro di se quattro raccontini e, appunto, una manciata di poesiole.

Forse la cosa più autentica che scrissi allora è l’introduzione.

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Mi chiamo Michela, ho quasi cinquant’anni, e non ho ancora fatto uscire dall’anima quella storia.

 

Perché racconti storie, Shahrazad?

Perché racconti storie, Shahrazad?“, chiese il Re di Persia, dopo aver lungamente fissato le mani e il volto della ragazza che – ormai da mesi – tesseva con sapienza e passione il suo interminabile racconto.

Non aveva quasi più memoria di quando l’aveva considerata soltanto uno strumento da spezzare, per placare la sua sete di vendetta e di piacere: ora sapeva di aver bisogno di lei, e della sua storia.

La ragazza tacque, e alzò gli occhi fin dentro quelli del Re.

Per una frazione di secondo pensò che quella fosse la sua occasione. “Perché ti amo, mio Re!“, avrebbe potuto dire – immaginando di conquistare per se stessa il futuro di una Regina, e la tranquillità per la sua famiglia.

Ma dentro di lei qualcosa la scosse: “Per salvarmi la vita“, rispose.

Shahrazad-e-il-Sultano

 

Lo storytelling uccide il giornalismo?

[Premessa: questo post è già stato pubblicato sul mio profilo di Linkedin. So che non dovrei mescolare questo blog con quanto scrivo professionalmente, ma gente … quando hai poco tempo libero, l’economia di scala è un must!]

Prima di trovare un posto fisso in azienda, vent’anni fa, avevo spesso la magnifica possibilità di fare la baby sitter per i figli dei miei fratelli.

Tra i nostri passatempi preferiti – oltre a trasformare gli sgabelli della nonna in veloci astronavi o meravigliosi cavalli, oppure cucinare le meringhe – c’erano le storie: io raccontavo e loro ascoltavano (e completavano) il racconto, per il piacere di entrambe le parti. Continue reading “Lo storytelling uccide il giornalismo?”