Cinquantadue.

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Sia chiaro: una parte di me preferirebbe avere trent’anni, e le chiappe sode.

Ma non posso fare a meno di essere grata perché sono ancora da questa parte del sipario, a calpestare questa bella terra, e con la prospettiva – fatti i debiti scongiuri – di starci ancora un po’.

Lo considero un dono, il fatto di avere la possibilità di invecchiare.  Anche a costo di aver smarrito il collagene, e aver acquistato una certa rilassatezza lungo i bordi.
È un dono anche perché, se mi fermassi qui, sarei comunque sopravvissuta – per dire – a buona parte degli abitanti dell’Africa.

È un calcolo che faccio ogni anno, giusto per ricordarmelo: con il compleanno 2018 ho superato l’aspettativa di vita in Ciad, Sudafrica, Guinea-Bissau, Afghanistan*, Swaziland, Repubblica Centrafricana, Somalia, Zambia, Namibia, e raggiunto quella in Gabon, Mozambico, Nigeria e Lesotho.

[* sì, lo so … l’Afghanistan non è in Africa] Continua a leggere “Cinquantadue.”

Il silenzio degli innocenti.

Il silenzio degli innocenti.

Tanti anni fa, mi è capitato di accompagnare in pronto soccorso mia cognata con la figlia più piccola, che allora aveva pochi mesi, perché mio fratello era lontano da casa, e la bimba piangeva e scottava.
La diagnosi fu: disidratazione – il latte della mamma, pur essendo apparentemente abbondante, non era abbastanza nutriente, o qualcosa del genere. Bisognava attaccarla ad una flebo, per reidratarla. Le infermiere armeggiarono per diversi minuti con quelle braccia minuscole, senza riuscire a trovare una vena, mentre la bambina piangeva disperata per via dell’ago e del malessere. Poi, ad un certo punto, smise di lamentarsi e continuò a fissare le infermiere con gli occhi sgranati ed increduli, mentre le lacrime le rigavano il viso, in un silenzio assordante: l’immagine della paura e della rassegnazione. Continua a leggere “Il silenzio degli innocenti.”

Angelo.

Angelo.

Qualche volta mi chiedo che fine abbia fatto Angelo.
L’ho conosciuto a Roma nell’estate del 1987: io ero al secondo anno di università, lui di anni ne aveva appena sette. Viveva con la sua famiglia (padre, madre e due sorelline più piccole) nel quartiere Laurentino 38: occupavano abusivamente un paio di stanze in quello che avrebbe dovuto essere un asilo, e aveva finito invece per essere la dimora di un’umanità variamente ferita. Angelo e la sua famiglia dormivano tutti insieme, nel letto matrimoniale. E non erano neanche quelli che se la passavano peggio. Continua a leggere “Angelo.”

Le storie degli altri.

Se non ricordo male, è stata la mistica francese Madeleine Delbrel a dire “Il nostro cammino è disegnato da Dio e impastato dagli uomini“. Laicamente e con più pessimismo, Jean Paul Sartre diceva “L’enfer, c’est les autres“, l’inferno sono gli altri.

A me pare che queste due citazioni siano gli estremi di uno stesso filo, o due sguardi diversi sullo stesso panorama: nel bene e nel male, sono soprattutto gli altri a renderci ciò che siamo. Continua a leggere “Le storie degli altri.”

Ciao Anna, che non mi hai mai delusa.

La mia personale strategia per il buonumore, per tantissimi anni, ha poggiato essenzialmente su due pilastri.

Il primo era una preghiera “per ottenere il buonumore”, attribuita con non so quanto fondamento a Tommaso Moro, che recitavo ogni sera: “Signore, dammi il senso dell’umorismo, concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia, e possa farne parte anche ad altri“.

Il secondo pilastro era Anna Marchesini. Continua a leggere “Ciao Anna, che non mi hai mai delusa.”

Quale colonna sonora per l’informazione?

Avere presente la famosissima scena della doccia, nel film Psycho di Alfred Hitchcock? È tuttora una scena in grado di generare una grande tensione, e in qualche modo dà corpo a paure abbastanza irrazionali ma molto comuni: alzi la mano chi non ha mai provato almeno un lieve senso d’inquietudine tirando la tendina della doccia in una stanza d’albergo, magari uno di quelli in cui capita di andare per lavoro, da soli.
Quella scena ha generato un immaginario della paura che non è estraneo praticamente a nessuno. Continua a leggere “Quale colonna sonora per l’informazione?”

Amleto in blue jeans

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato qui.]

Quando ero alle medie, mio padre – che doveva avere una discreta stima di me – mi regalò l’opera completa di William Shakespeare nell’edizione Einaudi (compresi i Sonetti, con testo originale a fronte). La conservo ancora: sono forse gli unici volumi che mi hanno seguita in tutti i traslochi, con le loro pagine leggere e piacevolmente ingiallite, e con le sovracopertine lucide un po’ rovinate. Dovessi ridurre tutta la mia biblioteca a due voci, terrei la Bibbia e Shakespeare (piangendo un po’ sui romanzi di Tolkien).

Alle medie, quindi, io leggevo Shakespeare in italiano: un’impresa così sproporzionata alla mia età, che mi capitava perfino di leggere le parole in modo sbagliato. Continua a leggere “Amleto in blue jeans”

Perché racconti storie, Shahrazad?

Perché racconti storie, Shahrazad?“, chiese il Re di Persia, dopo aver lungamente fissato le mani e il volto della ragazza che – ormai da mesi – tesseva con sapienza e passione il suo interminabile racconto.

Non aveva quasi più memoria di quando l’aveva considerata soltanto uno strumento da spezzare, per placare la sua sete di vendetta e di piacere: ora sapeva di aver bisogno di lei, e della sua storia.

La ragazza tacque, e alzò gli occhi fin dentro quelli del Re.

Per una frazione di secondo pensò che quella fosse la sua occasione. “Perché ti amo, mio Re!“, avrebbe potuto dire – immaginando di conquistare per se stessa il futuro di una Regina, e la tranquillità per la sua famiglia.

Ma dentro di lei qualcosa la scosse: “Per salvarmi la vita“, rispose.

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Ho visto cose che voi umani (però dallo smartphone)

Questo blog è stato in ferie: lo specifico, nel caso più che probabile che nessuno se ne sia accorto.

SoprattuttoEventuali ha trascorso prima di tutto una settimana in un campeggio croato, assieme a marito, figliottera* e amica della figliottera. Per quanto riguarda queste ultime, specifico solo una cosa: trentadue anni in tutto, equamente suddivisi. Capitemi.

La vacanza è iniziata peraltro sotto i migliori auspici: tipo che dopo neanche trenta minuti di viaggio eravamo a bordo di un carro-attrezzi (lunga storia, che merita un capitolo a parte se avrò tempo e modo di scriverlo).

Di ritorno dal mare, qualche giorno a casa e poi il weekend di Ferragosto a Roma, assieme a mio marito. Ed è qui che ho avuto una chiara visione del declino della società occidentale come noi la conosciamo.

Intendiamoci: niente a che vedere con “La Grande Bellezza”, o la crisi economica, o il decadimento dei costumi – niente di tutto ciò: la nostra Capitale è bella, con tutte le sue contraddizioni, e per me è sempre un piacere poterla visitare. Ma ho scoperto che esiste questo strumento infernale, che causerà la rovina del mondo occidentale, e forse anche l’estinzione della razza umana tout-court:

Ma anche no, grazie

Il nome tecnico è “selfienator” (consiglio una certa prudenza e qualche filtro, se fate una ricerca in internet: a quanto pare non è l’unico oggetto a portare questo nome, e gli altri non sono adatti ad un’utenza minorenne…), e altro non è che un braccetto periscopico, talora munito di comando a distanza, a cui si può applicare il proprio smartphone o la propria fotocamera per realizzare dei “selfies” a dir poco panoramici.

Voi non potete capire. Abbiamo girato per una Roma ferragostana, abbandonata dai romani ma traboccante di turisti, costantemente circondati da una selva di ‘sti aggeggi, tenuti in mano da gente che li fissa con un’aria così trasognata da ricordare i pupazzetti verdi di Toy Story quando vedono il Gancio.

Un incubo. O una barzelletta, non so.

L’Oscar per la migliore prestazione va ad un turista anglofono, che ha percorso tutta la basilica di San Pietro in Vincoli riprendendo se stesso dal basso, senza guardare quello che aveva intorno ma osservando la propria immagine e il contesto esclusivamente attraverso lo schermo dello smartphone.

E’ riuscito perfino a dare le spalle al Mosè di Michelangelo e guardarlo soltanto attraverso il suo apparecchio, ovviamente assieme al proprio autoritratto.

Io osservavo la cosa un po’ incredula e un po’ inorridita, e ho intercettato lo stesso sguardo da parte di una bella signora con lo hijab. Credo che pensasse anche lei che il declino dell’Occidente non sarà causato dall’ascesa degli altri Paesi, ma dalla totale scomparsa del buon senso nei nostri.

Non guardiamo più le cose con i nostri occhi, solo attraverso lo smartphone. E non ci mettiamo mai “a lato” del paesaggio: abbiamo l’illusione che il paesaggio acquisti significato solo in virtù della nostra presenza.

Non siamo mai qui, mai ora. Siamo sempre altrove.

E mi è venuto in mente il personaggio del fotografo Sean O’ Connell nel film “I sogni segreti di Walter Mitty”. Di fronte al rarissimo leopardo delle nevi, atteso da giorni, il fotografo sceglie di non scattare, ma di vivere intensamente quel momento tutto per sé:

Sometimes I don’t [take the photo]. If I like a moment, for me, personally, I don’t like to have the distraction of the camera. I just want to stay in it. […] Right there. Right here.

Non ho dubbi che la maggior parte di noi volterebbe le spalle al leopardo, riducendolo ad elemento di contorno dell’ennesimo autoscatto.

Mi piace vivere il momento senza la distrazione dell'obiettivo

* Detesto la parola “figliastra”, proprio non mi va giù. Almeno tanto quanto “matrigna”. Se qualcuno conosce delle parole meno arcigne, è pregato di suggerirle.