Il silenzio degli innocenti.

Il silenzio degli innocenti.

Mentre c’è gente (magari iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto) che discetta su fotomontaggi et similia, a me sembra un buon momento per ripescare questo post.
#stayhuman #restiamoumani

Soprattutto Eventuali.

Tanti anni fa, mi è capitato di accompagnare in pronto soccorso mia cognata con la figlia più piccola, che allora aveva pochi mesi, perché mio fratello era lontano da casa, e la bimba piangeva e scottava.
La diagnosi fu: disidratazione – il latte della mamma, pur essendo apparentemente abbondante, non era abbastanza nutriente, o qualcosa del genere. Bisognava attaccarla ad una flebo, per reidratarla. Le infermiere armeggiarono per diversi minuti con quelle braccia minuscole, senza riuscire a trovare una vena, mentre la bambina piangeva disperata per via dell’ago e del malessere. Poi, ad un certo punto, smise di lamentarsi e continuò a fissare le infermiere con gli occhi sgranati ed increduli, mentre le lacrime le rigavano il viso, in un silenzio assordante: l’immagine della paura e della rassegnazione.

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Discutibilmente assortiti.

Oggi sono dieci anni che stiamo insieme.
Ricordo quella sera: uscendo dalla pizzeria, mentre camminavamo verso il parcheggio lenti e inclinati da un vento tagliente, parlò per un quarto d’ora (lui, il taciturno), per arrivare a chiedermi se pensavo che avremmo mai potuto essere più che amici.
A quanto pare, avremmo potuto.
Siamo una coppia altamente imperfetta, e per fortuna poco interessata alla perfezione (non ce l’abbiamo nei geni, proprio: siamo due cialtroni, discutibilmente assortiti).
Abbiamo scavalcato difficoltà e paure – molte – per stare insieme. Ci inciampiamo ancora, ogni tanto, ma ormai siamo allenati: si barcolla, si cade, ci si rialza. E vai. Perdonare come respirare.
Io continuo a guardarlo, per la maggior parte del tempo, come un territorio affascinante e ancora inesplorato: è la mia Nuova Zelanda (o la mia Siberia, qualche volta).
Non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, se dovrei ormai sapere e capire tutto di lui, oppure va bene che certi giorni mi sia completamente incomprensibile (e qualche volta insopportabile), e io non sappia ancora che taglia di camicia porta.
Però so come abbottona le camicie sotto i maglioni, per risparmiare tempo. E non lo rivelerò neanche sotto tortura.
Ho spesso la sensazione che la nostra storia sia parte di un disegno decisamente più grande di noi, ed è un enorme conforto: perché amare è un lavoro da adulti, e l’amore non è mai una linea retta.
Sono felice di lui.
 ho-deciso

Le storie degli altri.

Se non ricordo male, è stata la mistica francese Madeleine Delbrel a dire “Il nostro cammino è disegnato da Dio e impastato dagli uomini“. Laicamente e con più pessimismo, Jean Paul Sartre diceva “L’enfer, c’est les autres“, l’inferno sono gli altri.

A me pare che queste due citazioni siano gli estremi di uno stesso filo, o due sguardi diversi sullo stesso panorama: nel bene e nel male, sono soprattutto gli altri a renderci ciò che siamo. Continue reading “Le storie degli altri.”

Quanta idiozia può starci, in un titolo?

Io ancora penso che sia un fake. O un esperimento sociale, tipo per vedere come reagisce la gente. No, davvero: io non ci posso credere. Sto ancora aspettando che mi dicano che è una burla, perché non posso credere che un titolo del genere sia davvero stato stampato:

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E invece è successo. E la cosa ha suscitato un tale putiferio, soprattutto sui social media, da costringere l’editore a licenziare il direttore del Quotidiano Sportivo, Giuseppe Tassi (che peraltro pare sia prossimo alla pensione). Continue reading “Quanta idiozia può starci, in un titolo?”

Amleto in blue jeans

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato qui.]

Quando ero alle medie, mio padre – che doveva avere una discreta stima di me – mi regalò l’opera completa di William Shakespeare nell’edizione Einaudi (compresi i Sonetti, con testo originale a fronte). La conservo ancora: sono forse gli unici volumi che mi hanno seguita in tutti i traslochi, con le loro pagine leggere e piacevolmente ingiallite, e con le sovracopertine lucide un po’ rovinate. Dovessi ridurre tutta la mia biblioteca a due voci, terrei la Bibbia e Shakespeare (piangendo un po’ sui romanzi di Tolkien).

Alle medie, quindi, io leggevo Shakespeare in italiano: un’impresa così sproporzionata alla mia età, che mi capitava perfino di leggere le parole in modo sbagliato. Continue reading “Amleto in blue jeans”

C’era una volta

Credo fosse il periodo tra la maturità e il primo anno di università. Mi sentivo un po’ persa, come se fossi alla vigilia di qualcosa di importante, che però non riuscivo a focalizzare. Ero piuttosto ansiosa. E allora scrivevo, scrivevo, scrivevo.

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un plico di fogli un po’ ingialliti, che ho conservato gelosamente da allora: mi hanno seguito perfino in due traslochi. Risalgono a quel periodo. E avrebbero dovuto essere nientepopodimeno che la mia autobiografia: “Dove si parla di me – ovvero: Tanto per capirmi”.

In pratica, scrivevo per un pubblico che in parte mi intimoriva, ma che – ne ero certa – avrebbe saputo perdonarmi qualsiasi cosa: me stessa.

Siccome non ho mai avuto una particolare attitudine per le forme narrative lunghe, avevo pensato bene di farne un’opera mista: racconti brevi, inframmezzati da autoritratti in versi (alcuni sono già stati pubblicati in questo blog).

Per fortuna mia e soprattutto degli ipotetici lettori, la mia vita non era né così lunga né così larga da sostenere un simile progetto narrativo. La vena creativa si esaurì molto in fretta (in effetti era un capillare, piuttosto che una vena), lasciando dietro di se quattro raccontini e, appunto, una manciata di poesiole.

Forse la cosa più autentica che scrissi allora è l’introduzione.

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Mi chiamo Michela, ho quasi cinquant’anni, e non ho ancora fatto uscire dall’anima quella storia.

 

Un fortunato disastro (racconto semiserio)

[Questo è un pezzo di fantascienza, scritto per esercizio e per diletto. Ogni riferimento a fatti o persone reali è più o meno puramente casuale. ]

A distanza di qualche anno, le capitava di ritornare a quell’episodio ancora con una certa ansia. Lo ricordava come una delle lezioni professionali più vivaci che avesse mai ricevuto, seppure in parziale contumacia.

Continue reading “Un fortunato disastro (racconto semiserio)”