Cinquantadue.

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Sia chiaro: una parte di me preferirebbe avere trent’anni, e le chiappe sode.

Ma non posso fare a meno di essere grata perché sono ancora da questa parte del sipario, a calpestare questa bella terra, e con la prospettiva – fatti i debiti scongiuri – di starci ancora un po’.

Lo considero un dono, il fatto di avere la possibilità di invecchiare.  Anche a costo di aver smarrito il collagene, e aver acquistato una certa rilassatezza lungo i bordi.
È un dono anche perché, se mi fermassi qui, sarei comunque sopravvissuta – per dire – a buona parte degli abitanti dell’Africa.

È un calcolo che faccio ogni anno, giusto per ricordarmelo: con il compleanno 2018 ho superato l’aspettativa di vita in Ciad, Sudafrica, Guinea-Bissau, Afghanistan*, Swaziland, Repubblica Centrafricana, Somalia, Zambia, Namibia, e raggiunto quella in Gabon, Mozambico, Nigeria e Lesotho.

[* sì, lo so … l’Afghanistan non è in Africa]

Ho superato l’aspettativa di vita in questi Paesi perché sono nata (del tutto casualmente) in uno in cui l’accesso a cibo e acqua è comunque garantito e abbastanza semplice, c’è un sistema sanitario nazionale che – tra alti e bassi – ancora funziona, c’è un’istruzione pubblica e per tutti, ci sono tante risorse naturali, non c’è una guerra (non conclamata, almeno), non c’è un dittatore (magari è solo questione di tempo), e la nostra fragile democrazia vigila affinché le persone non finiscano in galera o sotto tortura per le proprie idee o per il proprio albero genealogico – in molti altrove, succede questo e di peggio.

In molti altrove non c’è acqua, non c’è cibo, non ci sono cure mediche, non ci sono risorse (o quelle esistenti magari sono “dirottate” verso le grandi multinazionali), il diritto allo studio non è garantito (soprattutto alle donne), così come la libertà di espressione – e il dissenso si paga anche con la vita.
Magari non c’è una guerra, in questi altrove, o magari sì: di certo, non sono ospitali e vivibili come il luogo in cui, senza nessun merito, sono nata e vivo io.

Se fossi nata in uno di questi altrove, probabilmente, non sarei arrivata al punto di dare l’addio al collagene (destino comune a tutti, dopo i quarant’anni, fatevene una ragione): sarei morta nella mia pelle di ventenne o di trentenne – disidratata, magari, ma di per sé elastica.
Oppure avrei cercato di dare a me stessa e ai miei cari una possibilità per superare la risicata aspettativa di vita offerta da una terra arida, e forse sarei finita a bordo di un barcone, vestita di un colore acceso, pregando di aver fatto la scelta giusta e guardando l’orizzonte con il cuore in gola per la speranza e per la paura.

Invece sono qui, senza nessun merito, con più di qualche senso di colpa e con molta gratitudine.

Buon compleanno a me.

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