Un paio di calze lilla

Martedì scorso ho indossato per la prima volta un paio di calze color lilla scuro, e sono andata al lavoro.

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Mentre varcavo l’ingresso dell’azienda, ho cominciato a sentire gli sguardi dei colleghi su di me: qualcuno perplesso, qualcuno divertito, qualcuno disgustato – tutti abbastanza stupiti, però. Mi sembrava quasi di sentire i loro pensieri: “Ma guarda come si concia questa! Alla sua età, poi. Vent’anni che la vedo in azienda, mai vista prima vestita così“. Ma sono quasi certa di aver intercettato anche qualche timido pensiero del tipo: “Che bel colore!“.

A trent’anni non avrei mai indossato un paio di collant lilla per andare al lavoro.
A trent’anni, quando avevo i capelli biondo scuro che mi arrivavano quasi a metà schiena e pesavo una ventina di chili in meno (pur sentendomi terribilmente grassa), al lavoro io vestivo in tailleur. Giacca e gonna, raramente giacca e pantaloni.
Colori sobri: grigio, blu, poche volte il nero. I tagli tipici di fine anni novanta.
Avevo una giacca che mi piaceva molto, con un motivo sobriamente scozzese, nei toni del verde: era il massimo della mia eccentricità.

Gli anni sono passati. Ho cominciato a indossare sempre meno la gonna e sempre più i pantaloni – un po’ per praticità, un po’ per insicurezza. Non ho più osato una giacca nei toni del verde. I capelli si sono progressivamente accorciati, e sempre più schiariti. Per essere del tutto franca, credo di aver cominciato a disinteressarmi di quello che indossavo, e a desiderare di avere una divisa, per togliermi l’ansia di decidere cosa mettere il giorno dopo, o più realisticamente quindici minuti dopo – perché la sera ho sonno, e appena sveglia fatico a pensare.

A poco a poco, il mio armadio è diventato lo sconsolato regno del grigio e del nero, dimora di tanti capi acquistati per praticità o d’impulso – quasi mai per un colpo di fulmine.
Poi qualcosa ha cominciato a incrinarsi …

Ho iniziato a odiare le giacche. Mi sembravano uno strumento per scimmiottare gli uomini, nel patetico tentativo di avere davvero le stesse chance sul lavoro. Da lì, un’escalation: e ho finito per odiare tutto l’armadio, senza davvero capire il perché.

Il perché l’ho capito il sabato prima del martedì lilla, frequentando a Bologna il bellissimo corso “Stile e comunicazione” tenuto dalla (deliziosa) image consultant e style strategist Anna Turcato: mi ero iscritta per disperazione, e per tentare di scappare dallo sconsolato regno del grigio e del nero dentro il mio armadio.

Anna ha fatto capire a me (e alle mie otto compagne di corso) che non ci si veste soltanto per coprirsi: ci si veste anche e soprattutto per esprimersi, per raccontarsi. Mi ha riconciliato con una certa idea della moda come strumento per conoscere meglio se stessi, rendendosi anche più comprensibili agli altri – e magari più memorabili.

A tradimento, ma con molta grazia, mi ha fatto riconoscere e confessare il mio desiderio di femminilità, di colore, di stampe a fiori, di buonumore.

Vestirsi“, ha detto Anna, “è un progetto di felicità“.

Come una fatina, poi, ha tirato fuori dalla sua borsa decine di scampoli colorati, in tutte le tonalità, per farci sperimentare il potere dei colori e degli abbinamenti: e davvero abbiamo visto come alcune sfumature siano in grado di accendere un incarnato e uno sguardo, e come altre invece li spengano. A ognuna di noi ha donato la propria palette di colori (e non è mica poco).

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Non ho stravolto il mio armadio, dopo il suo corso (non ancora). Ma ho comprato un paio di golfini a dieci euro l’uno, in rosa e in azzurro. E le calze colorate lilla (e un paio ottanio). Ho ricominciato a usare le collane, e perfino un braccialetto.
Ogni giorno di questa settimana sono andata al lavoro con almeno un capo o un accessorio decisamente colorato. E mi sono sentita benissimo.

Ci sono stati dei curiosi effetti collaterali, però. In azienda, ho realizzato di essere una delle rarissime note di colore in un impressionante mare grigio (soprattutto). Mi sono sentita un po’ come Dorothy nel Mago di Oz, quando è ancora in Kansas e lei e il cagnolino Toto sono le uniche creature colorate in un paesaggio totalmente incolore, zii compresi (sto parlando del libro, non del film con Judy Garland).

E mi sono chiesta se questo nostro adattamento al grigiore non limiti anche la nostra creatività sul lavoro.

Vestiti tutti in modo simile, magari anche elegante ma sostanzialmente inespressivo, come possiamo pensare in modo originale e davvero creativo?

Ai posteri l’ardua sentenza – nel frattempo io scelgo il colore.

sharon-pittaway-98257.jpgPhoto by Sharon Pittaway on Unsplash