Barack Obama e io

Il Presidente (uscente) degli Stati Uniti firma un post su Pulse. Ben scritto, per inciso, e con consistenti tracce di ottimo storytelling.

Racconta come le sue primissime esperienze di lavoro, d’estate, siano state fondamentali. E perché è importante offrire opportunità di lavoro agli studenti, soprattutto ai giovanissimi che sono ai margini o usciti dal sistema scolastico.

Io gli ho chiesto di candidarsi per il nostro MIUR, visto che tra qualche tempo dovrà ricollocarsi professionalmente: credo che potrebbe esserci utile.

[A parte questo… Barack Obama firma un blog. Capiamoci: Barack Obama diventa blogger. Qualcuno ha il coraggio di confrontare la qualità della comunicazione politica americana con quella della politica nostrana?]

Barack and I

L’amore feriale

ciaspe

“Sei sexy, con le ciaspe”
“Mi sento sexy, con le ciaspe”

Ci sono giorni in cui l’amore è facile. L’universo è una splendida cornice. Le imperfezioni danno sapore. I silenzi cantano, con leggerezza. Il sole scalda con deciso garbo. Il vento accarezza. La neve è perfetta, né troppo ghiacciata né troppo bagnata, morbida e polverosa il giusto: un cuscino candido e accogliente. Il resto del mondo si tiene alla giusta distanza, e non contamina pensieri e parole.

E’ così facile restare vicini, in giorni così. E anche stare lontani: senza paure, senza risentimenti e rimpianti, senza dubbi e mancanza di fiducia. C’è questa magnifica connessione, tessuta con la complicità della natura, che ti fa ricordare come mai proprio quella persona lì, tra milioni di altre, cammina al tuo fianco lungo il sentiero.

E poi ci sono i giorni in cui il mondo si perde in un frettoloso grigiore, dettando ritmi implacabili. Le imperfezioni innervosiscono, partoriscono rabbia. Il silenzio pesa, come un blocco di marmo crepato. Il vento graffia o prende a schiaffi. Il candore della neve è soltanto un ricordo scialbo e lontano dell’albero di Natale. Le parole, troppe o troppo poche, generano pensieri accartocciati e monotoni, il più delle volte deprimenti. E ti chiedi: ma perché perché perché, tra tanti, proprio questa persona qui?

S’illude chi pensa che l’amore sia una linea retta.

 

Giornalisti, io vi amo (ma questo amore è una camera a gas)

Questo post è stato scritto dal mio ipotalamo, cervello primitivo che conosce solo due movimenti: attacco e fuga. Quindi declino ogni responsabilità sul suo contenuto. Fate conto che non l’abbia scritto io. Il  fatto che narri le gioie e i dolori di un ufficio stampa è puramente casuale.

Mi chiama un giornalista.

Chiede un’intervista con l’amministratore delegato.

No, in effetti non la chiede: la annuncia, certo della risposta affermativa. Continua a leggere “Giornalisti, io vi amo (ma questo amore è una camera a gas)”

C’era una volta

Credo fosse il periodo tra la maturità e il primo anno di università. Mi sentivo un po’ persa, come se fossi alla vigilia di qualcosa di importante, che però non riuscivo a focalizzare. Ero piuttosto ansiosa. E allora scrivevo, scrivevo, scrivevo.

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un plico di fogli un po’ ingialliti, che ho conservato gelosamente da allora: mi hanno seguito perfino in due traslochi. Risalgono a quel periodo. E avrebbero dovuto essere nientepopodimeno che la mia autobiografia: “Dove si parla di me – ovvero: Tanto per capirmi”.

In pratica, scrivevo per un pubblico che in parte mi intimoriva, ma che – ne ero certa – avrebbe saputo perdonarmi qualsiasi cosa: me stessa.

Siccome non ho mai avuto una particolare attitudine per le forme narrative lunghe, avevo pensato bene di farne un’opera mista: racconti brevi, inframmezzati da autoritratti in versi (alcuni sono già stati pubblicati in questo blog).

Per fortuna mia e soprattutto degli ipotetici lettori, la mia vita non era né così lunga né così larga da sostenere un simile progetto narrativo. La vena creativa si esaurì molto in fretta (in effetti era un capillare, piuttosto che una vena), lasciando dietro di se quattro raccontini e, appunto, una manciata di poesiole.

Forse la cosa più autentica che scrissi allora è l’introduzione.

image

Mi chiamo Michela, ho quasi cinquant’anni, e non ho ancora fatto uscire dall’anima quella storia.