Blog in Rete: Personal Branding con Salvatore Russo

Blog in Rete: Personal Branding con Salvatore Russo

Quanto mi piace tornare sui banchi, come a scuola! È una delle ragioni per cui continuo con grande soddisfazione il percorso Blog in Rete, iniziato lo scorso ottobre: un intero anno di formazione, dodici giornate di lezione con esperti di comunicazione e non solo, secondo lo schema del “learning by doing”, imparare facendo.
Il corso è nato nell’ambito del progetto LeROSA, ideato da  SeoSpirito Società Benefit srl con l’obiettivo di ascoltare e promuovere le donne, favorendo la nascita di concrete collaborazioni.

Il terzo incontro di Blog in Rete si è svolto lo scorso dicembre, ed è stato interamente dedicato al Personal Branding. A parlarcene, in modo decisamente coinvolgente, un docente d’eccezione: Salvatore Russo.

Il Personal Branding utilizza gli strumenti e le tecniche del marketing per promuovere l’identità (soprattutto professionale) di una persona, e serve a rendere chiara e inconfondibile questa identità agli occhi dei nostri interlocutori.

Indispensabile per chi vuole proporre al pubblico i propri prodotti o i propri servizi, lo è altrettanto per chi è presente online e magari sta cercando lavoro. Quasi tutti i selezionatori, ormai, vanno a sbirciare i profili social di chi si propone per un posto, per farsi la prima idea di chi si troveranno davanti.

La definizione e la cura della nostra immagine online è perciò molto importante per tutti: costruisce la nostra reputazione.

Blog in Rete: il terzo incontro

I primi due incontri di Blog in Rete, sotto la paziente guida di Fabiana Palù, sono stati dedicati al Business Model Canvas.

Dopo aver delineato la nostra idea di business, il passo successivo più logico è sicuramente quello di imprimere la nostra identità in ciò che facciamo, definendo cosa vogliamo che gli altri “dicano di noi quando non siamo nella stanza” (tanto per citare Jeff Bezos, fondatore di Amazon): facendo Personal Branding, appunto.

Partenza a schiaffo: il nostro docente, Salvatore Russo, ha chiesto a ogni partecipante di descriversi brevemente. Mi piacerebbe dire che ce la siamo cavata benissimo, ma mentirei.
Io per prima – complice anche la fase di transizione che sto vivendo – ho faticato a trovare parole convincenti per descrivere me stessa e questo blog (che non a caso si chiama “Soprattutto eventuali”, chiaro indice di difficoltà ad arrivare al punto).

Per fortuna, dopo aver condiviso due intensi mesi di collaborazione e di impegno, nessuno di noi si è sentito giudicato dai compagni di corso. La prima impressione che ho avuto della mia “classe” si è perciò rivelata esatta: sono tutte persone con cui è piacevole e semplice confrontarsi, e che amano collaborare e rendersi disponibili. Persone da cui so di poter imparare molto.

Lo stile ironico e informale di Salvatore Russo (componente decisamente importante del suo personal branding) ha fatto il resto, e la giornata nel suo complesso è stata davvero piacevole e coinvolgente.

Personal Branding: cos’è

Il termine “Personal Branding” viene fatto risalire a un articolo (“The Brand called You”) pubblicato nell’agosto 1997 da Tom Peters:

“E’ semplice: tu sei un brand. Tu sei responsabile del tuo brand. Non c’è un’unica strada verso il successo. E non c’è un modo giusto per creare il brand ‘Tu’. Se non questo: comincia oggi stesso”.

Già negli anni ottanta, però, si parlava di “self branding” e “brand personale”.

Non esiste un’unica definizione di Personal Branding, universalmente riconosciuta: per Salvatore Russo ogni nostra azione, online e offline, trasmette agli altri il nostro “brand personale”. Ciò che conta è esserne consapevoli, e lavorare strategicamente sulla nostra comunicazione per trasmettere agli altri l’immagine di noi stessi che vogliamo. Lo definisce anche il nostro “profumo sociale”.

Ci sono strumenti che possono aiutare a definire il Personal Branding, come per esempio il Prisma Brand Identity (o Prisma di Kapferer), che aiuta a mettere nero su bianco sia gli aspetti fisici del nostro brand, sia quelli valoriali e relazionali, nonché l’impatto che abbiamo / che vorremmo avere sul nostro pubblico e sui nostri interlocutori.

Un passaggio cruciale, secondo Salvatore Russo, è la definizione del proprio ruolo. Se il racconto di chi siamo, facendo nostre le migliori tecniche di storytelling, può dipanarsi seguendo lo schema del “viaggio dell’Eroe”, tra le figure archetipali che compongono la narrazione potremmo scegliere se essere Aiutante (è il caso della maggior parte dei blog), Oggetto Magico o persino Tesoro.
Il ruolo dell’Eroe è quasi sempre meglio lasciarlo a chi ci legge, ai nostri interlocutori: si sentiranno valorizzati e coinvolti.

Un errore che fanno molti, in termini di Personal Branding, è pensare che i nostri profili social siano un luogo privato: in realtà siamo responsabili di tutto quello che vi comunichiamo, che perciò deve essere sempre legale, sicuro e anche opportuno.

Il segreto per fallire nella definizione del proprio Personal Branding? Salvatore Russo ha individuato tre metodi dal risultato garantito, che descrive con ironia:

  • Metodo “Candy Candy”: mescolando retorica e nostalgia, ci si piange addosso, lamentandosi sempre e incolpando chiunque altro delle proprie difficoltà. Letale, come l’amicizia della bionda orfanella.
  • Metodo “Falena”: tipico di chi si accende soltanto in presenza di pubblico, e cerca costantemente le luci della ribalta. Fastidioso.
  • Metodo “Ciuchino”: consiste nel raccontare ogni giorno, in dettaglio, qualsiasi cosa si faccia, anche la meno significativa, partendo dall’errato presupposto che agli altri interessi enormemente. Estenuante, come l’amico di Shrek durante il viaggio verso il regno di Molto Molto Lontano.

Chi è Salvatore Russo

Uomo di marketing con le mani di codice”, come si definisce lui stesso, Salvatore Russo è un professionista decisamente poliedrico e prolifico: è Brand Builder, Digital Strategist, Web Marketing Manager, Copywriter e creatore di blog da milioni di visite, nonché docente, speaker e autore o coautore di diversi libri.

Tra le sue attività principali annovera brand naming, consulenze di personal branding, ideazione e gestione di eventi e blog aziendali.

Con la società &Love realizza eventi “dal forte impatto emozionale”. Il più noto è senz’altro SEO&LOVE, giunto ormai alla quarta edizione e pensato per “imprenditori, responsabili marketing, giornalisti, blogger, editori e liberi professionisti che vogliono comprendere le migliori strategie di comunicazione, come aumentare la visibilità dei contenuti online e generare nuove opportunità di business”.

È proprio sul palco di SEO&LOVE edizione 2019 che ho avuto modo di vedere per la prima volta Salvatore Russo in azione. Averlo come docente a Blog in Rete ha confermato l’impressione che ne ho avuto allora: Salvatore, tra le tante cose, è un manuale vivente di Personal Branding.
Tutto di lui – dalla barba ai calzini – restituisce in modo coerente l’immagine di un uomo ironico e vitale, e di un professionista competente, motivato e capace di motivare. Il tutto con uno stile assolutamente unico e inimitabile.

Con tutte le attività che porta avanti, resta per me un mistero come abbia anche trovato il tempo di diventare papà e addirittura di fare il nonno. Di certo, però, nessuno meglio di lui avrebbe potuto introdurci alle gioie del Personal Branding.

Questo articolo fa parte di “Bloginrete” de LeROSA, progetto di SeoSpirito Società Benefit srl, in collaborazione con &Love e Scoprirecosebelle, che ha come obiettivo primario ascoltare le donne, collaborare con tutti coloro che voglio rendere concrete le molteplici iniziative proposte e sorridere dei risultati ottenuti. È un progetto PER le donne, ma non precluso agli uomini: è aperto a chiunque voglia contribuire al benessere femminile e alla creazione di un territorio comune, in cui vivere meglio sotto tutti i punti di vista.

Donne du du du

Donne du du du

La prima cosa che ho fatto, stamattina, è stata rompere lo schermo del mio iPhone.

Mi è dispiaciuto doppiamente: perché sostituire lo schermo di un iPhone con un pezzo originale significa impegnarsi mezzo rene, e perché immagino che il mio cellulare sia uno dei tre o forse quattro modelli SE (stesse dimensioni di un iPhone 5 e funzionalità dell’iPhone 6) che Apple ha venduto in Italia. Praticamente stamattina ho dato il colpo di grazia a una specie in estinzione.

Per quanto mi sia sforzata di considerare la cosa razionalmente (bottom line del mio dialogo interiore: “Hai le mani di ricotta, fai più attenzione la prossima volta. E rimetti quella dannata cover”), la mia parte emotiva ha considerato questo incidente come un pessimo presagio per il resto della giornata.

Quanto mi sbagliavo.

Ricorderò questa giornata (almeno fin qui, sono le 17 e qualche spicciolo quando inizio a scrivere) come una giornata di incontri con donne che avevano qualcosa da dire o da ricordare alla mia vita.

Qualcosa di non banale.

La prima è stata A.

A. avrà al massimo venticinque anni, e lavora come parrucchiera in un prestigioso salone all’interno di un centro commerciale.

Ora: per me andare dal parrucchiere è piacevole più o meno quanto sedermi sulla poltrona del dentista. Vado quando sono proprio costretta, e una spaventosa ricrescita bianca mi ha costretta a farlo proprio stamattina.

Fortunatamente non c’erano ancora molti clienti, e A. – dopo essersi presentata e avermi chiesto di cosa avessi bisogno – mi ha fatta subito accomodare. Ho apprezzato assai che non mi abbia costretta a chiaccherare, ma a un certo punto abbiamo iniziato a farlo spontaneamente, partendo dalla vistosa fasciatura che portava al polso: tendinite, tutt’altro che rara per i parrucchieri.

Abbiamo cominciato a parlare delle gioie e dei dolori professionali, e A. mi ha raccontato parte della sua storia.

Qualche anno fa lavorava per il salone dove ci siamo incontrate, e lavorava bene. Così bene che l’autonomia e le responsabilità crescevano di giorno in giorno – non altrettanto lo stipendio.

Con l’intransigente senso di giustizia della gioventù, ha chiesto un aumento.

Nel gioco della contrattazione, le è stato proposto un aumento insoddisfacente.

Con l’intransigente senso di giustizia della gioventù (benedetti ragazzi!), A. ha rifiutato ed è andata a lavorare in un altro negozio.

Ha resistito un anno e mezzo: “Avevo già parecchia esperienza, ma la titolare non si fidava, controllava sempre il mio lavoro, e se proponevo qualcosa diceva ‘sei troppo giovane’. Venivo da un salone dove si fa molta formazione, mentre qui continuavano a usare tecniche superate, e nessuno poteva metterle in discussione. Io sapevo fare tante cose nuove, e mi sono offerta di farle, ma non me l’hanno mai consentito“.

Con le forbici, però, la titolare era più brava di lei: “Ho chiesto che mi facesse vedere come lavorava, che mi supervisionasse mentre io tagliavo i capelli di mie amiche che si erano offerte come cavie. Non l’ha mai fatto. Io volevo migliorare, mica portarle via il lavoro.”

Per fortuna, i rapporti con il precedente salone erano rimasti buoni, e A. ha potuto tornare a lavorare lì, dove l’ho incontrata oggi.

La storia professionale di A. mi ha ricordato un TED Talk di una decina d’anni fa, in cui Dan Pink spiega il “sorprendente rebus della motivazione“.

Il denaro funziona come motivazione? In parte, ma una volta raggiunta una retribuzione percepita come “giusta”, più soldi non producono più impegno e più risultati, anzi spesso accade il contrario.

Quello che motiva le persone, secondo Pink, sono tre fattori: autonomy, mastery, purpose.

Autonomia. Padronanza. Scopo.

“Autonomia” è la possibilità di prendere decisioni su modalità, tempi, strumenti e processi con cui arrivare al risultato. Comprensibile la sofferenza di A.: “La titolare non si fidava, controllava sempre il mio lavoro“.

“Padronanza” è la possibilità di diventare sempre più bravi, sfidando anche i propri limiti. E anche qui, povera A.: “Ho chiesto che mi facesse vedere come lavoravavolevo solo migliorare, mica portarle via il lavoro“.

“Scopo” è vedere il significato di quello che si fa, e soprattutto avere la possibilità di attribuire un senso più alto alle proprie azioni, professionali e non solo, e di dare il proprio contributo al mondo.

Se la conversazione con A. fosse continuata, sono certa che avrebbe raggiunto anche questo punto, ma i miei capelli erano a posto prima che ci arrivassimo.

E così, mentre sedevo sulla poltrona di un parrucchiere, confrontandomi con una ragazza che avrebbe potuto essere mia figlia, ho sentito che non eravamo poi così diverse, e che la storia che mi stava raccontando avrebbe potuto essere la mia.

La seconda è stata B.

Conosco B. da quando avevamo 14 anni: abbiamo fatto le superiori insieme, in una classe di trentun ragazze restate in felice contatto fino a oggi. Come il buon vino e le donne in gamba, siamo tutte migliorate invecchiando.

Ci siamo incontrate a pranzo, al ristorante indiano, per discutere varie ed eventuali – e davvero la conversazione si è allargata (e approfondita) ben oltre le previsioni. Hanno praticamente dovuto cacciarci dal locale (con una gentilezza rara, preciso).

B. è una donna straordinaria, fin dalle sue radici: è perfettamente bilingue, metà italiana e metà svedese… o meglio: è completamente italiana e completamente svedese – alchimia potentissima. è molto bella, lo è sempre stata: espansiva e solare, ha un sorriso così luminoso che riallinea il cosmo. E fa mille cose, tutte significative. Non smette mai di curiosare e di mettersi in discussione.

Non sono mai stata una persona invidiosa, ma B. è una di quelle amiche che mi ha fatto pensare, da ragazza e non solo: vorrei essere come lei. Mi pareva così forte e libera, così sicura di sé e così femminile.

Ma oggi, mentre chiaccheravamo, questa donna bella e vera se ne esce con: “Ero un maschiaccio, non mi sentivo per niente femminile“.

Calma. Quella che non si sentiva per niente femminile ero io, bella. Quella che covava insicurezze sul proprio aspetto e sul proprio posto nel mondo ero io, mentre tu eri la … diamine, tu eri la bomba sexy della classe!

E invece no: non ci univano soltanto l’amicizia e le mura di scuola – ci univa anche un’insicurezza simile. Che nessuna sospettava nell’altra, oltretutto: “Ti vedevo più introversa che estroversa – mi ha detto B. – ma non avrei mai immaginato che fossi timida come mi stai dicendo: per me eri serena e sicura di te“.

E così, tra le tante preziose cose di cui abbiamo discusso oggi, B. mi ha ricordato un paio di cose importanti.

La prima è che non possiamo mai dare per scontato cosa si portano dentro l’anima le altre persone. Anche quando pensiamo di conoscerle bene.

La seconda è che non sbagliamo mai di molto se attribuiamo agli altri le nostre stesse fragilità e i nostri stessi desideri.

La terza è stata G.

I commiati tra donne sanno prolungarsi in misura irraggiungibile per gli uomini. E così B. e io stavamo continuando la nostra conversazione fuori dal ristorante indiano, quando un clamore ci ha fatte girare verso le strisce pedonali alle nostre spalle.

Una signora era caduta mentre stava attraversando. Ora era in ginocchio in mezzo alla strada e non riusciva a muoversi.

Siamo accorse per aiutarla a rialzarsi e a raggiungere un tavolino con sedie vicino all’ingresso del ristorante ormai chiuso. Abbiamo bussato per farci dare un bicchiere d’acqua, e un cameriere gentilissimo ce l’ha portato prima di andare via.

Agitata e imbarazzata, la signora lamentava dolori alla spalla: “Spero di non essermi rotta niente…

Vuole che chiamiamo qualcuno, signora?

Vivo da sola e non ho parenti vicino…

Qualche amica?

La mia amica non sta bene di salute…

Alla fine abbiamo chiamato l’ambulanza e, in attesa che arrivasse, abbiamo trascorso una mezz’oretta a far compagnia alla signora infortunata.

E così abbiamo scoperto che G., settantadue anni ben portati, viveva in Campo San Tomà a Venezia, e si è trasferita pochi anni fa a Mestre.

Nessun veneziano digerisce bene il trasferimento, volontario o forzato, in terraferma – e G. non fa eccezione: pareva che sotto sotto ritenesse la città direttamente responsabile del suo incidente.

I veneziani passano una vita a scavalcare ponti e affrontare traghetti e gondole senza la minima incertezza, ma oltre il Ponte della Libertà, a camminare costantemente in piano e sul solido, diventano come il gabbiano che arranca sul ponte della nave nella poesia di Baudelaire. E inciampano.

In un certo senso G. mi è sembrata una profuga, e non solo come veneziana strappata alla sua città. Era in forma, e si capisce che è una donna che, una volta rimessa dallo spavento e dal danno per questa caduta, riprenderà una vita energica e piena d’impegni.

Però vive sola, in una città che non sente sua, e in cui a quanto pare non ha ancora stretto dei legami.

Era stranita dall’aver trovato due persone che si sono sedute accanto a lei durante questa piccola (speriamo) bufera: “Però alla fine si trova sempre qualche angelo…“.

La solitudine di G. mi ha dato da pensare.

A tutte quelle solitudini che nemmeno intuiamo. E a quelle che ignoriamo, pur vedendole.

Al fatto che non è detto che chi ci sta vicino oggi sia a portata di mano anche domani.

A quanto importante sia, a qualsiasi età, essere inseriti in una rete di relazioni. Fare networking per l’anima. E contro i reumatismi.

E a quanto vitale sia seminare un po’ di gentilezza reciproca, in questo nostro mondo acciaccato.

Cinquantadue.

annie-spratt-96525-unsplash

Sia chiaro: una parte di me preferirebbe avere trent’anni, e le chiappe sode.

Ma non posso fare a meno di essere grata perché sono ancora da questa parte del sipario, a calpestare questa bella terra, e con la prospettiva – fatti i debiti scongiuri – di starci ancora un po’.

Lo considero un dono, il fatto di avere la possibilità di invecchiare.  Anche a costo di aver smarrito il collagene, e aver acquistato una certa rilassatezza lungo i bordi.
È un dono anche perché, se mi fermassi qui, sarei comunque sopravvissuta – per dire – a buona parte degli abitanti dell’Africa.

È un calcolo che faccio ogni anno, giusto per ricordarmelo: con il compleanno 2018 ho superato l’aspettativa di vita in Ciad, Sudafrica, Guinea-Bissau, Afghanistan*, Swaziland, Repubblica Centrafricana, Somalia, Zambia, Namibia, e raggiunto quella in Gabon, Mozambico, Nigeria e Lesotho.

[* sì, lo so … l’Afghanistan non è in Africa] Continua a leggere “Cinquantadue.”

Il silenzio degli innocenti.

Il silenzio degli innocenti.

Mentre c’è gente (magari iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto) che discetta su fotomontaggi et similia, a me sembra un buon momento per ripescare questo post.
#stayhuman #restiamoumani

Soprattutto Eventuali.

Tanti anni fa, mi è capitato di accompagnare in pronto soccorso mia cognata con la figlia più piccola, che allora aveva pochi mesi, perché mio fratello era lontano da casa, e la bimba piangeva e scottava.
La diagnosi fu: disidratazione – il latte della mamma, pur essendo apparentemente abbondante, non era abbastanza nutriente, o qualcosa del genere. Bisognava attaccarla ad una flebo, per reidratarla. Le infermiere armeggiarono per diversi minuti con quelle braccia minuscole, senza riuscire a trovare una vena, mentre la bambina piangeva disperata per via dell’ago e del malessere. Poi, ad un certo punto, smise di lamentarsi e continuò a fissare le infermiere con gli occhi sgranati ed increduli, mentre le lacrime le rigavano il viso, in un silenzio assordante: l’immagine della paura e della rassegnazione.

View original post 467 altre parole

Discutibilmente assortiti.

Oggi sono dieci anni che stiamo insieme.
Ricordo quella sera: uscendo dalla pizzeria, mentre camminavamo verso il parcheggio lenti e inclinati da un vento tagliente, parlò per un quarto d’ora (lui, il taciturno), per arrivare a chiedermi se pensavo che avremmo mai potuto essere più che amici.
A quanto pare, avremmo potuto.
Siamo una coppia altamente imperfetta, e per fortuna poco interessata alla perfezione (non ce l’abbiamo nei geni, proprio: siamo due cialtroni, discutibilmente assortiti).
Abbiamo scavalcato difficoltà e paure – molte – per stare insieme. Ci inciampiamo ancora, ogni tanto, ma ormai siamo allenati: si barcolla, si cade, ci si rialza. E vai. Perdonare come respirare.
Io continuo a guardarlo, per la maggior parte del tempo, come un territorio affascinante e ancora inesplorato: è la mia Nuova Zelanda (o la mia Siberia, qualche volta).
Non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, se dovrei ormai sapere e capire tutto di lui, oppure va bene che certi giorni mi sia completamente incomprensibile (e qualche volta insopportabile), e io non sappia ancora che taglia di camicia porta.
Però so come abbottona le camicie sotto i maglioni, per risparmiare tempo. E non lo rivelerò neanche sotto tortura.
Ho spesso la sensazione che la nostra storia sia parte di un disegno decisamente più grande di noi, ed è un enorme conforto: perché amare è un lavoro da adulti, e l’amore non è mai una linea retta.
Sono felice di lui.
 ho-deciso

Assonnati cronici

sleepy koala

Ero solito dire che il sonno è il terzo pilastro di una buona salute, accanto a dieta e attività fisica“, spiega Matthew Walker, docente di neuroscienze e psicologia all’Università di Berkeley. “Ma non lo penso più. Dormire è in assoluto la cosa più efficace che possiamo fare per garantire la salute del nostro corpo e della nostra mente“.

L’articolo da cui è tratta questa citazione è davvero interessante, e merita lo sforzo di essere letto (è in inglese).

A partire dalla mia personale esperienza, direi che viviamo in un mondo di morti di sonno, letteralmente. Dormiamo tutti troppo poco, non c’è niente che ci aiuti ad acquisire (o a ritrovare) una sana routine per il nostro riposo.

Pensiamo alla programmazione televisiva, tanto per fare un esempio: l’orario d’inizio del prime time si è spostato, negli ultimi anni, dalle 20:30 alle 21:30 circa – e, tra interruzioni pubblicitarie e lunghezza “fisiologica” di film e programmi, il più delle volte il programma di prima serata finisce attorno a mezzanotte.

Quello che non è cambiato, però, è l’inizio delle principali attività diurne: gli orari lavorativi, per intenderci, o meglio ancora quelli della scuola.

Il ragazzino o la ragazzina che guarda un film o un programma tipo “Amici”, ammesso che subito dopo vada a dormire senza fare soste sui social media (spoiler: è praticamente impossibile), chiude gli occhi dopo mezzanotte, ma la mattina seguente deve comunque essere sui banchi di scuola alle otto e un quarto: se tutto va bene dorme 6 ore, contro le otto e mezza che sarebbero salutari per i cervelli giovani.

Quanto potrà restargli in mente, delle lezioni che vedrà passare davanti ai suoi occhi a mezz’asta, durante la lunga giornata che segue una notte tanto breve?

Poco male, perché tanto davanti a sé avrà degli insegnanti adulti che hanno dormito anche meno di lui (e che hanno molti meno neuroni…), e magari hanno guidato per arrivare al lavoro, portandosi dietro il loro carico di sonno come una bomba innescata – lo fanno ogni giorno milioni di lavoratori, nel nostro Paese come nel mondo. Lo faccio anch’io.

leoni che dormono

Soluzioni?

Per me, si dovrebbe cominciare col cambiare il linguaggio: “chi dorme non piglia pesci” è una pericolosa inesattezza.

Chi non dorme, di fatto, non piglia pesci: piglia ansia, malattie, e persino un’aspettativa di vita più breve.

Nei secoli passati, il sonno era visto come una benedizione, celebrato dai poeti e dai pensatori, come spiega un altro neuroscienziato, Russell Foster, in un bellissimo Ted Talk del 2013. Per qualche ragione, oggi, il sonno è disprezzato almeno tanto quanto è agognato: chi dorme molto è un “dormiglione”, non una persona che ha a cuore la propria salute fisica e mentale. Forse dovremmo riconsiderare questa definizione.

Poi, forse, potremmo rivedere un po’ i ritmi delle nostre vite.

A cominciare dal prime time televisivo (restituiteci quell’ora in più), per dire, ma soprattutto dalla pretesa di avere qualsiasi servizio (fisico) disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro: vada per un pronto soccorso, ma supermercati e palestre, per esempio, non sono strutture indispensabili nel cuore della notte. Il sonno lo è.

In attesa di portare a compimento – o anche solo iniziare – questa indispensabile rivoluzione per il sonno, sarebbe bello anche riconoscere il diritto a farsi un power nap, al lavoro o a scuola: un riposino veloce per superare i momenti di crisi e affrontare con slancio ed energia anche la più impegnativa delle lezioni o la più noiosa delle riunioni pomeridiane – se non addirittura per conservare abbastanza lucidità da non convocare una noiosa riunione pomeridiana…

Questo è un piano di battaglia, e non si faranno sconti.
Chi vuole aggregarsi, può cominciare subito: con una pennichella.

sleepy kitty

Due ricordi.

Ogni tanto i miei pensieri imboccano strade strane, senza che ce li abbia indirizzati io. Un paio di giorni fa, chissà perché, mi sono tornati in mente due episodi che coinvolgono mio padre: la sequenza in cui mi sono tornati alla memoria mi ha fatto pensare che, sotto sotto, ci fosse un messaggio proprio per me.

Il primo episodio è quasi una leggenda, direi. Ne ho sentito parlare ancora prima che papà morisse, quasi trent’anni fa, ma non ho mai avuto modo di chiedergli se fosse vera, e quanto. Conoscendo lui, potrebbe essere vera del tutto. Continua a leggere “Due ricordi.”

La Regina degli Obiettivi Mancati

ales-krivec-2859

31.536.000 secondi.

Tradotti in minuti, fanno 525.600.

Se trasformiamo i minuti in ore, ne avremo ben 8.760.

Che corrispondono a 365 giorni, i quali a loro volta formano un anno: tipo quest’anno, il 2017.

Un anno è un bel po’ di tempo, considerato in questo modo. È come avere davanti un quaderno vuoto, con trentun milioni di righe distribuite in trecentosessantacinque pagine: un tomo notevole. Continua a leggere “La Regina degli Obiettivi Mancati”